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atto quinto 149

non sopra... Ora alcuni discendono... e Titinio insieme con essi.... è preso..... cattivo.... udite come festeggiano la preda.     (lontane grida)

Cass. Scendi; non mirar altro, Pindaro; scendi. Ah vile ch’io sono a viver tanto, onde vedere l’amico mio preso sotto a’ miei occhi! (Pindaro se gli avvicina) Appressati, schiavo, e m’ascolta. Nel dì che ti feci prigioniero nel paese dei Parti, conservandoti la vita, ti costrinsi a giurare che ogni cosa che comandar ti potessi, eseguiresti. Ora adempì il sacramento. Da quest’istante sii libero; e con questa fida spada, che avida si tuffò nel petto di Cesare, trova il mio cuore. Non osar di rispondermi: obbedisci; afferra quest’elsa; e dacchè mi sarò coperto il volto..... come ora..... vibra il ferro. (Pindaro trafigge Cassio) — Cesare, sei vendicato; e colla spada istessa che ti ferì.     (muore)

Pind. Son fatto libero; ma per via crudele lo divenni. Oh Cassio! Pindaro fuggirà sì lungi da queste contrade, che non mai alcun Romano saprà più nulla di lui. (fugge; rientrano Titinio e Messala)

Mess. Sì, Titinio; la vittoria non è ancor fissata, perocchè Antonio sgominò le schiere di Cassio, come Bruto quelle di Ottavio.

Tit. Coteste novelle ben consoleranno il vecchio Cassio.

Mess. Ove il lasciasti?

Tit. Qui, testè, col suo schiavo, in preda a funesti pensieri.

Mess. Ah! è forse quegli che giace colà sul terreno.

Tit. Il suo riposo non par d’uomo di questo mondo. (s’avvicina) Oh mio cuore!

Mess. Non è Cassio?

Tit. No, Messala; fu Cassio, e or più non è. Oh sole, che tramandi vibrando raggi di sangue, la tua luce imporporossi forse nel sangue di quest’eroe? Oh! la luce di Roma è eclissata; il dì della gloria finì; seguono ora le tenebre, i pericoli e le tempeste: a tanto dovea condurre la diffidenza della mia salute!

Mess. Di’ il diffidare d’una felice fortuna. Oh iniquo errore, cui generò malinconia, perchè mostri all’immaginazione dei mortali oggetti che non esistono! Oh errore troppo precocemente concetto, non mai t’è dato venire a maturanza, e morte sempre arrechi alla madre che resta incinta di te.

Tit. Olà, Pindaro, ove sei.

Mess. Cercalo, Titinio, intanto che vommene a Bruto per attristare il suo cuore con questa rea novella.

Tit. Affrettati, Messala, e lascia ch’io corra in traccia di Pin-