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104 giulio cesare


Br. Che tu m’ami, Cassio, io credo; e a cui riescir voglia, veggo. Quel ch’io mi pensi del secolo nostro, il secolo lo chiarirà. Per ora, se l’amistà dà dritto alla preghiera, non insister di più, ten prego. Penserò a quanto dicesti, e a miglior tempo n’avrai risposta. Intanto abbi per fermo che Bruto amerebbe meglio sudar sulla marra, che continuar figlio di Roma alle ree condizioni che ne minacciano.

Cass. Vo lieto che le mie parole abbiano fatta scaturir tale scintilla dall’anima di Bruto.      (rientra Cesare con seguito)

Br. I giuochi terminarono; già Cesare ritorna.

Cass. Quando ne passeran dappresso, accenna a Casca di fermarsi; ch’ei ne dirà coll’incolto suo stile tutto che oggi accadde.

Br. Sì, lo farò; ma mira, Cassio, come del rossor della collera avvampa la fronte di Cesare, e come sbattuto appare il suo corteggio. Le gote di Calfurnia son pallide; e Cicerone gira gli occhi arrovellati, come suole allorquando colla voce tuona dal Campidoglio.

Cass. Casca ne dirà la bisogna.

Ces. Antonio!

Ant. Cesare!

Ces. Voglio a me intorno sempre uomini ben pasciuti e giocondi, uomini purpurei in viso, e che dormano in pace le notti. Quel Cassio (accennandolo) è livido, smunto... ei pensa troppo. Tali uomini sono perigliosi.

Ant. Noi temer, Cesare; è un Romano magnanimo.

Ces. Il vorrei meno pallido; ma non perciò lo temo. Se Cesare nondimeno fosse suscettibile di timore, null’uomo avrebbe ad evitare con maggior cura di quel gracile Cassio, che molto studia, molto nota, e scruta i cuori umani traverso al velo dell’esterne azioni. Colui non prende, come te, diletto ai sollazzi, alle feste, nè mai la più soave melodia riuscì a blandire il suo orecchio. Di rado sorride; e quando ciò accade, e’ pare col suo sorriso compatire a se stesso, e sprezzare la sua ragione venuta in tanta debolezza. Uomini siffatti mai non han requie, finchè un altro maggiore ad essi sta innanzi; ed è ciò appunto che li rende pericolosi. Dicoti quello che sarebbevi a temerne, piuttostochè quello ch’io ne tema, avvegnachè io son Cesare. Vieni ora alla mia destra, ed esponimi liberamente quel che pensi di lui. (Cesare esce col suo seguito; Casca rimane)

Casca. A che m’arresti? Vuoi parlare con me?

Br. Sì, Casca; dinne quel che oggi avvenne, e perchè Cesare è sì sdegnato.