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SULL'ERRONEA ATTRIBUZIONE AL FRANCIA


delle monete gettate al popolo


NEL SOLENNE INGRESSO IN BOLOGNA DI GIULIO II


per la cacciata di GIO. II BENTIVOGLIO


Giuliano Della Rovere, riescito alla perfine, nel quarto conclave, dopo diciannove anni di speranze e d’intrighi a farsi eleggere pontefice, pigliando il nome di Giulio II, rivolse ogni pensiero, appena sbarazzatosi de’ nemici che l’attorniavano nella stessa Capitale, a ricuperare le città smembrate dal dominio della Chiesa, e a discacciare dall’Italia gli stranieri, o barbari, com’ei li appellava; salvo però di chiamarli egli stesso all’occorrenza per giovarsene a ridurre in atto i suoi disegni. Determinatosi di cominciar la campagna contro Perugia e Bologna, tenute in signoria da Giampaolo Baglione e da Giovanni II Bentivoglio, partì da Roma il 26 agosto del 1506, accompagnato da nove Cardinali, alla testa di soli 500 uomini d’arme. Ad Orvieto viene ad accordi col Baglione, affine di valersi di lui e de’ suoi soldati nell’impresa contro il Bentivoglio. Rassicurato lungo il viaggio della cooperazione di Luigi XII, al quale si era affrettato Giulio di conceder la facoltà da lui richiesta di disporre dei benefizi del Ducato di Milano, continua animoso la sua marcia verso la città nostra. Avuta contezza il Bentivoglio della sommessione del Baglione e della defezione del Re di Francia e degli altri antichi suoi alleati, invia ambasciatori al Pontefice, i quali non riescono a rimuoverlo menomamente dal proposito di ottenere la sottomessione assoluta di Bologna all’autorità diretta della Santa Sede, pronto ad aggiungere a tal uopo all’azione dei soldati l’effetto, non meno temuto in allora, delle armi spirituali. Il che pochi giorni appresso ei fece, lanciando da Forlì