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Pagina:Rivista italiana di numismatica 1896.djvu/517

504 varietà

giudicarono questi pezzi come veri ed assai preziosi. Mi spiace che l’autore non abbia fatto i nomi di questi cultori; ora, colla conclusone che darò, questi non avrebbero certo fatto bella figura. Intanto anche per quella mia franca dichiarazione ho arrischiato di aver dei guaj col venditore delle due monete, il quale intanto, per tranquillizzare il compratore, gli promise di mostrargli certi documenti irrefragabili comprovanti la loro genuinità. Inutile aggiungere che quei documenti non si videro mai.

Ma, veniamo alle prove materiali di tante affermazioni. Pochi mesi sono, al capo della sullodata Associazione — del quale risparmierò il nome — venne l’idea di abbandonare la scena del mondo. Primo pensiero che mi corse alla mente fu che fra le cose da lui lasciate si sarebbe forse potuto trovare qualche indizio di quelle falsificazioni, conii, punzoni, prove, disegni, ecc. Andato per tale richiesta, mi fu mostrato un conio, il solo che si trovò dopo aver rovistato in ogni angolo. Non era uno dei conii ch’io cercavo; ma di questo parlerò in seguito. I conii — mi fu detto — stanno ancora presso gli incisori; però se ne può avere un’idea esaminando queste prove in rame e piombo fatte cogli stessi, e mi fu presentato un involto. Immagini il lettore la mia gioja nell’aprirlo, e vedermi davanti numerose prove delle quattro monete incriminate, i corpi del delitto che io andavo cercando. Ecco il Pipino; ecco il Sesino e il Fiorino della Prima Repubblica Milanese; ecco il famoso zecchino di Castiglione, che molti intelligenti hanno giudicato vero e prezioso. Fu una vera soddisfazione dell’amor proprio. Ormai le prove materiali le avevo davanti agli occhi. Non m’ero dunque ingannato giudicando quelle monete false, e tutte provenienti dalla stessa mano!

E il conio? Questo era una novità per me, una falsificazione, di cui non avevo ancora sentito parlare. Si trattava della moneta ossidionale di Pavia del 1524. Seppi di poi che quel conio era stato, eseguito anni sono e che già da tempo aveva fatto le sue vittime. I bricconi ne avevano fabbricate alcune monete in argento e persino una in oro, che riuscirono a vendere a caro prezzo ad un amatore che andava in traccia di memorie relative ad Antonio di Leyva. Unite al conio si