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Pagina:Rivista italiana di numismatica 1896.djvu/44


il denaro pavese ed il suo corso in italia 37

partecipare all’idee dell’illustre numismatico per la ragione che per ciascun denaro, che in quell’epoca avesse dovuto spendersi, sarebbe indubbiamente sorto litigio per determinare a quale delle quattro correnti specie dovesse appartenere.

Il più saggio partito, a nostro avviso, sarebbe stato di abbandonare la via mal certa del valore delle monete effettive di questo decadente periodo, ed attenersi invece ai documenti dai quali solo potevansi attingere più sicure notizie, ed allora il peso ed il titolo delle monete sarebbero stati di guida a più giuste considerazioni sullo stato di declinazione di quella celebre officina per giungere poi a più giusti risultati.

Il passaggio dalla vecchia alla nuova moneta è un fatto troppo precisamente determinato dai documenti, per poter supporre che sia avvenuto senza un cambiamento palese di tipo, peso e titolo della moneta corrente; le parole del Caffaro moneta denariorum papiensium veterum finem habuit et alia incepta nove monete brunitorum fuit, chiaramente lo dicono e tutti i documenti dell’Italia, eccettuati quei del territorio pavese, lo confermano, nei quali immancabilmente nel XII e XIII secolo per denarius papiensis senza altro per antonomasia si è voluto intendere il buon denaro pavese del vecchio sistema; solamente in qualche territorio più presso a quello di Pavia, alcune volte per distinguerlo da quello nuovo, che vi aveva corso col medesimo nome, vi si aggiunse la specifica vetus od antiquus. Il denaro nuovo all’incontro nello scarsissimo credito che ebbe lungi da Pavia mai ottenne il nome di pavese che era dato solamente al vecchio denaro, ma bensì di moneta bruna, come sulle carte genovesi, o di moneta o denaro d’Enrico senza altro, come osserveremo in nuovi documenti e come vedemmo già nel documento pavese dell’anno 1129.