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490 umberto rossi



Dall’ultima disposizione risulta chiaro che il valore tariffato delle monete era inferiore a quello reale del metallo: e infatti da altre gride appare che i grossi allora valevano ventiquattro imperiali e i sesini, sei: perciò si minacciavano pene rigorose a chi le avesse tagliate o fuse per venderle con guadagno fuori di stato. Questo è un esempio caratteristico della tirannide di Barnabò che non rifuggiva da alcun mezzo per far denaro aumentando con questa trovata il prodotto delle gabelle; nello stesso tempo faceva un dispetto al nipote, di cui agognava il dominio. È notevole che nella grida si nominano le monete battute da lui in unione al fratello Galeazzo e quelle di Gian Galeazzo, ma non quelle di Galeazzo solo1. Questo, per quanto di non grande importanza potrebbe essere un argomento in favore dell’opinione di coloro che non ammettono che Galeazzo abbia coniato moneta col solo suo nome.

L’ultima grida è anche più interessante, perchè risolve un dubbio su certe monete di Barnabò.


«Dominus Mediolani ac Comes Virtutum ac imperiallis vicarius generalis.

«Volumus ut hys vixis proclamationem seu cridam intromissi tenoris publice fieri faciatis in civitate et districtu nostris Regii, in locis, vicis, terris et contratis ubi et in quibus talles et similles cride fieri solent. Data Mediolani, die v Iunii Mccclxxxviij.

«Lucetus et Montanarius.

«Fiat crida ex parte Illustris principis ac magnifici et excelsi domini Domini Mediolani et comitis Virtutum Imperialis Vicarii generalis.
  1. È vero che non si conoscono grossi di Galeazzo, ma i sesini sono comunissimi.