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le monete dei pontefici romani, ecc. 57

ad imp. diploma1 13 febbraio 962, promette e giura di difendere e conservare a favore della S. Chiesa e della Sede pontificia (non già di Ottaviano signore di Roma) tutto ciò che fino ad ora avea posseduto o ritenuto sotto la sua potestà e giurisdizione, a cominciare dalla Città di Roma, sito ducato, territorio, ecc. ecc.

La fermezza di Ottone nel giuramento prestato, nelle promesse fatte intorno alla tutela dei beni, dei diritti e delle giurisdizioni della Chiesa, riuscì fatale al volubile papa Giovanni. Anch’egli alla sua volta giurò, insieme al popolo romano, di non mai accogliere, avere aderenze, prestare aiuto ai deposti re Berengario ed Adalberto2. Dopo pochi mesi, e mentre Ottone combatteva ancora per riacquistare le terre dalla Chiesa perdute, Giovanni XII entrò in trattative con Adalberto, congiurando per la cacciata dello straniero Ottone, e riconoscendo nuovamente Berengario, già marchese d’Ivrea, quale Re italiano. Per questa via il Sigonio3 vuole attenuare la brutta defezione, non pensando esser difficile persuadere che nell’animo del figlio di Alberico potessero nutrirsi alti sentimenti di patria e di nazionalità!

Frattanto i romani stessi divennero stanchi della dissoluta e scandalosa vita del giovane papa, e mentre avvertivano l’Imperatore della congiura con Adalberto gli facevano pur considerare come a lui toccasse, per le fatte promesse, provvedere

  1. Lo stesso Palazzi lo riporta per intero alla col. 122.
  2. Palatii, l. c. col. 122. — Muratori all’anno 962, pag. 281 ed altri.
  3. Palatii, l, c. col. 125,