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Pagina:Rivista italiana di numismatica 1890.djvu/532


enrico dandolo e le sue monete 513

troviamo indicato il numero dei pezzi, che si dovevano tagliare da ogni marco d’argento, colle seguenti parole: «item faciam fieri istam monetam taliter quod erit a soldis novem et uno denario et tercia, usque ad medium denarium pro marcha» e cioè se ne devono trarre soldi (di grossi) nove e denari 1 e 1/3 sino a denari 1 e 1/2, ossia denari (grossi) 109 1/3 fino a 109 1/2, il che dà per ogni grosso un peso, che oscilla fra g. v. 42 14/100 e 42 8/100 può ridursi alla media di g. v. 42 1/10, peso assai vicino a quello rilevato da Lambros1 dall’autorevole volume del Pegolotti: La pratica della mercatura.

Lo stesso prezioso documento ci dà anche il fino del grosso e dell’argento veneziano colle seguenti parole del Capitolo 73: “Preterea teneor et debeo ligare et bullare vel facere hullare totum argentum quod mihi per mercatores presentabitur ad ligara de sterlino, etc.” Da ciò rileviamo che la lega del grosso era quella dello sterlino, la migliore del medio evo istituita dai mercanti tedeschi dell’Hansa, Pegolotti nel Capitolo LXXIII2, intitolato a che leghe di monete assegna ai viniziani grossi oncie 11 denari 14, titolo che colla formula usata nella zecca di Venezia, si diceva a peggio 40, ciocché vuol dire che dei 1152 carati componenti una marca 40 soli erano rame o lega, il resto argento fino. A sistema decimale questo titolo corrisponde a 0,965

  1. Lambros, Le Monete inedite dei Gran Maestri dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme in Rodi. Traduzione dal greco di C. Kunz. — Venezia, 1865, pag. 20.
  2. Pegolotti, La Pratica della Mercatura. Lisbona e Lucca 1766, pagina 292.