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Pagina:Rivista italiana di numismatica 1890.djvu/482


le monete del ducato napoletano 465

il Duca Sergio IV1. Però non è possibile consentire all’attribuzione che il Fusco dà a questa moneta, destinata, com’egli crede, col simbolo dell’imposto freno a commemorare quell’onta, che una leggenda posteriore d’oltre due secoli attribuì variamente a Corrado IV di Svevia, o a Carlo I d’Angiò2. Una prova più sicura della non interrotta coniazione, sarebbe quella data dall’Engel3, che pubblicò il tipo d’una monetina, la quale al dritto ha la solita effigie del santo patrono di Napoli in mezzo alle lettere S IA, e al rovescio il monogramma XPS VI XPS RE: o, come meglio si legge nell’esemplare assai perfetto da me posseduto: XRS VINCE (in nesso) XRS REG XRS I, posto intorno ad una croce chiusa in un cerchio con quattro stelle agli angoli (Tav. XI, N. 8)4.

La minima proporzione, la forma delle lettere, lo stile della figura di questa monetina, accennano all’epoca Nor-

  1. Traggo la notizia dalle accennate carte del Fusco esistenti nella Biblioteca di s. Martino, dove è detto che il santo Vescovo potrebbe essere S. Pietro patrono di Capua. Pandolfo s’insignorì nel 1027 di Napoli à l’aide de ceux de la cité. Amato, I, 40, e ne rimase padrone per annos ferme tres, Leo Ostien, II, 58, o come altri scrive, solamente quindici mesi Cron. Cass. ad an. Non si trova nemmeno ch’egli intitolasse i pubblici atti col suo nome.
  2. Il Collenuccio, l. IV fu il primo a raccontare, che Corrado IV di Svevia, per vendicarsi della resistenza oppostagli dai Napoletani, volle che si ponesse il freno al cavallo di bronzo ch’era innanzi la loro chiesa cattedrale, e che vi si scrivessero i seguenti versi:

    Hactenus effrenis, domini nunc paret habenis
    Rex domat hunc aequus Parthenopensis equum.

    Ma la Cronaca di Partenope, compilata intorno la metà del secolo XIV, che raccolse la favolosa leggenda di quel cavallo costruito per opera magica da Virgilio, narra che quei versi furono fatti incidere da Carlo I Angioino, e. 10, e s’accorda con Eustazio da Matera vissuto nel secolo XIII, che in un poema de planctu Italie, ora perduto, avrebbe detto lo stesso. V. Capasso, Hist. dipl. Regn. Sic., pag. 51 e S54.

  3. Op. cit.
  4. Rame gr. 0,556. In questo esemplare della mia Collezione, si vede chiaro non il P greco, ma l’R latina formata dal prolungamento di una delle linee dell’X.