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alimentazione del cavallo di truppa 285

dubbio alcuno. Ma inferire che l’orzo, perchè ricco di principii alibili, eserciti un’influenza tutta propria, specifica, nell’etiologià di tale malanno, è ciò che non si può ammettere assolutamente.

Scrittori vissuti in tempi in cui questo cereale era di uso comunissimo nell’alimentazione del cavallo, non pare si mostrino troppo ligi alla vecchia credenza. Essi abbandonano la primitiva denominazione di hordeatio, data alla malattia, e la chiamano, invece, infuso, infunditura, infusione, rinfuso, rinfondimento, sufusione neli piedi, riprensione ed anche podagra.

Giordano Ruffo, Piero de’ Crescenzi, Lorenzo Rusio, Agostino Columbre riconoscono nella nutrizione sovrabbondante una delle cause atte a produrre l’infuso; ma non ne incolpano specificatamente l’orzo.

Il Rusio scrive: Est et alia equi infirmitas, quæ plerumque accidit ex comestione et potatione superflua et quandoque ex immoderato labore aut gravium dolorum vexatione, propter quod dissoluti humores ad crura descendunt et ungulas... Haec autem infirmitas infusio vulgariter nuncupatur1.

In tempi da noi meno lontani, Giovambattista Trutta nota che tale «infermità offende li Cavalli per più cagioni: mentre restano ripresi nelle stalle per lungo riposo, e per mangiar bene, come anche per abbondanza di sangue»2. Enumera parecchie altre cause: la soverchia fatica, la retrocessione del sudore, la ferratura troppo stretta, le inchiodature, ecc.; ma non accenna neppur lontanamente ad alcuna influenza dell’orzo,

  1. La Mascalcia di Lorenzo Rusio, Bologna, 1867, cap. CXXXVII.
    A titolo di curiosità, riporto la traduzione del brano sopra trascritto, in vernacolo siciliano del secolo XIV:
    Ane un’altra infermetate delu cavallu, la quale pienamente abene per manecare et plu per bevere multu, et alcuna fiata per smodata fatiga, voi per vessatiune de grande dolore, per la quale cosa descengenu li dissoluti humuri ale ganme et all’ungia.... Et questa passiune vulganamente se chiama infusione.
  2. Novello Giardino della prattica ed esperienza, Napoli, 1785, lib. I, trattato III, pag. 192.