Pagina:Rime (Vittorelli).djvu/160


( 159 )

Rinnovar l’ire non estinte, e tutto
Di redivivo orror tingere il bosco.
Fuggo dunque dai campi, e mi ricovro
Tra mura cittadine. Ma quai fresche
Ritrovo io qui memorie acerbe! E quanti
Mutati dal dolor volti a me noti
Rincontro, ch’io più non ravviso! Io stesso
Delle piangenti donne al petto appesi
Vidi succhiar più lagrime, che latte,
Gli appassiti bambini: io stesso quelle,
Che figli non avean, rendere udii
Dell’infecondo sen grazie agli Dei.
Più non brillava, che sul labbro ignaro
De’ fanciulletti, il riso; il feral bronzo,
Che suol pianger chi muor, gli orecchi nostri
Non atterriva più; d’invidia oggetto
La tranquilla si feo tomba degli Avi;
E un ben solo spuntò fra tanti mali:
Bello a mostrar cominciò Morte il volto.
     Deh quale io corsi con le incaute dita
Trista corda a toccar! Perdona, Amico,
Se di lugubre troppo, e ingrata veste,
Poichè a te volar dee, s’avvolse il canto.