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Voglio con questo cenno porre fine a queste note, sull’antica Agrigento.

Gettai uno sguardo di desiderio su questa bella spiaggia, che avrei pure seguita volontieri per portarmi verso Noto, a mezzogiorno, se non che avevo raggiunto il mio scopo; attraversai diagonalmente l’isola per far ritorno a Palermo in due lunghe e faticose giornate a cavallo, molestato nella prima da un maledettissimo vento di scirocco, quale non ricordo avere provato mai l’uguale, che quivi, in tanta vicifianza dell’Africa, lo si riceve proprio di prima mano.

Alla distanza di sei miglia da Girgenti trovasi il famoso volcano di fango di Maccaluba, in una contrada deserta seminata di piccole collinette nere, calcari. Lo stesso volcano è una piccola collina, con parecchie aperture dalle quali si sprigiona gaz idrogeno, e dalle quali scende fanghiglia di colore azzurrognolo, povera vista e malinconica. Passammo davanti ad Aragona, dove si scorge un bel castello baronale. Trovasi di fronte Comitini, ricco di zolfatare, e ad ogni passo incontravamo muli carichi di zolfo, il quale ridotto dalla fusione in parellellepidi di una viva tinta gialla, faceva bella vista. Ad ogni passo s’incontrano zolfatare in attività, od abbandonate, e qua e là si vedono salire al cielo dai fornelli di fusione dense colonne di fumo; l’atmosfera stessa trovasi impregnata di emanazioni sulfuree, e si sente fisicamente che si è sul suolo dell’Etna. L’industria del zolfo è l’unica fiorente dell’isola impoverita, ed il prodoto ne viene esportato in grandi quantità all’estero, particolarmente in Inghilterra.

Attraversammo, non saprei dire quante volte, il torrente S. Pietro che si scarica nel Platani. Desso si contorce in una valle malinconica, od attraversa pianure deserte, dove pascolano buoi di pelo rosso, e manca dovunque di ponti. Lo si doveva guardare ad ogni istante, e la mia guida, Giuseppe Campo, mi accertava con precisione aritmetica che lo avevamo attraversato trentasei volte. La molestia del sirocco in fondo a quella valle, era tale da dare le