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losofico, sulla cui autenticità gli eruditi disputarono a lungo.

Morto Falaride, tornò Agrigento reggersi a democrazia; presero a regolare la somma delle cose due uomini savi, Alcureno ed Alcandro; la repubblica tornò in fiore, e divenne ricca a segno, che i cittadini cominciarono a vestire di porpora; se non che pare siano stati appunto il lusso, e lo spirito sofistico, cause della sua decandenza, e della sua rovina.

Ai tempi di Gelone di Siracusa, un uomo energico, Terone, ottenne ancora la tirannia in Agrigento. Si era imparentato con quello, e diventati dessi dominatori della Sicilia, si appoggiarono e si sostennero a vicenda, per lo adempimento dei loro disegni. Cominciò allora il breve e bello periodo di prosperità della Sicilia, dopo la totale disfatta dei Cartaginesi presso Imera nell’anno 480. Gli Agrigentini furono quelli che fecero maggior numero di prigionieri Cartaginesi, e talun cittadino ne tenne un cinquecento presso di sè. Il numero maggiore però venne assegnato al municipio, il quale li impiegò nel trasporto dei materiali per la costruzione dei tempii che vennero edificati in quell’epoca, e dei canali sotterranei, eseguiti dal rinomato architetto Faace. Inoltre fecero scavare gli Agrigentini un vasto stagno, dove mantenevano ed educavano pesci fini per i loro banchetti, il quale, secondo quanto narra Diodoro, offeriva pure un bel colpo d’occhio per i molti cigni, che si vedevano sulle sue acque. Inoltre i cittadini piantarono tutto quanto il territorio di vigne, e di alberi da frutta di ogni specie.

La signoria di Terone fu il periodo più splendido di Agrigento. Il commercio e la fabbricazione arricchirono la città, la quale si andò abbellendo di monumenti architettonici, di statue, di pitture; splendide feste allietarono il popolo, ed alla corte del mite signore comparvero i savi, ed i poeti della Grecia; Pindaro, Bacchilide, Eschilo, andavano e venivano da Agrigento, e quando nacquero fra Jerone e Terone dissapori i quali minacciavano prorom-