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In vallem Egeriæ descendimus, et speluncas
Dissimiles varis. Quanto præstantius esset
Numem aquæ, viridi si margine clauderet undas,
Herba nec ingenuum, violarent marmora trophæum.

Giovenale per tanto quando si recava nella valle di Egeria per la porta Capenia, vedeva gli Ebrei, in aspetto di mendicanti a quanto pare, uscire ed entrare recando fasci di fieno, e ceste quasi altrettanti zingari. I fasci di fieno erano destinati a servire loro di letto, e nelle ceste riponevano i cenci di cui facevano negozio. Da tutte le notizie romane si recava, che fin da quei tempi dedicavansi gli Ebrei alle professioni ed ai commerci, che esercitano ancora oggidì. Grande era il disprezzo dei Romani per quegl’infelici, ed era ritenuto per un’onta l’essere visto entrare in una sinagoga, mentre punto non si scapitava di riputazione prendendo parte al culto d’Iside, di Mira, di Priapo. Ed è pur strano fosse dai Romani tenuto in dispregio l’unico culto il quale andò esente in ogni tempo dall’adorazione d’idoli, d’imagini, di animali.

Nella sua satira decimaquarta Giovenale si lagna della superstizione che spingeva i Romani ad accostarsi al Giudaismo.

Quidam sortiti metuentem sabbata patrem
Nil præter nubes et cœli numen adorant,
Nec distare putant humana carne suillam
Qua pater abstinuit; mox et præputia ponunt:
Romanos autem, soliti contemmnere leges,
Judæorurn ediscunt, et servant ac metuunt ius,
Tradidit arcano quodcumque volumine Moses.

In quel tempo si dedicavano gli Ebrei, come presso di noi attualmente gli zingari, a pronosticare l’avvenire, alle arti segrete amatorie, alla fabbricazione di filtri, alla evocazione degli spiriti. Ne fa menzione Giovenale nella satira sesta.