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lirma, ottenne più tardi e conservò il nome di Palermo; ed ivi stabili la sua stanza Ibrahim-ibn-Abdallah-ibn-el-Aglab, primo Valì che è quanto dire governatore della Sicilia. Sotto il suo successore anche Castro-Giovanni, l’antica Enna, venne in possesso dei Saraceni. Durarono ancora nella resistenza Siracusa e Taormina, difendendosi, la prima particolarmente, con indicibile valore, e le memorie che rimangono di quell’assedio, ricordano l’eroismo dei Siracusani ai tempi di Nicia, e di Marcello. Tutti i viveri erano consumati; gl’infelici abitanti erano ridotti a pascersi di ossa triturate, e di cadaveri, sperando sempre essere soccorsi dallo imperatore Basilio, il quale aveva spedito il suo ammiraglio Adriano con una flotta in aiuto della città.

A far prova della venerazione che ispirava tuttora a quei tempi l’antica Siracusa, varrà una singolare tradizione, la quale narra che nel mentre Adriano se ne stava inoperoso sulle coste d’Elide nel Peloponeso, venissero alcuni pastori ad annunciargli essere loro apparsi un giorno nelle paludi alcuni demoni, dicendo che all’indomani sarebbe caduta Siracusa. I pastori vollero inoltre condurre l’ammiraglio al luogo designato, e si udirono difatti voci le quali annunciavano la caduta dell’eroica città. E così avvenne difatti. Siracusa fu costretta ad arrendersi il 21 maggio dell’878. I Saraceni entrati nell’infelice città vi si diportarono in modo barbaro, uccidendo gli abitanti, saccheggiando le case, ed appiccandovi il fuoco, e dallo enorme bottino che vi raccolsero, si può argomentare che Siracusa, mercè il commercio, anche ai tempi bizantini era tornata in fiore.

Esiste un documento prezioso di quell’epoca, la lettera del monaco Teodosio all’arcidiacono Leone, nella quale descrive l’assedio e la sua cattività, non che quella dell’arcivescovo. Dopo che fu presa la città, e dopo che venne uccisa la maggior parte degli abitanti, i Saraceni trascinarono a Palermo, davanti il grande Emir l’arcivescovo, e l’autore della lettera. Allorquando gl’infedeli comparvero