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dannate alla schiavitù, che io confesso non sapermela spiegare. Imperocchè sostiene l’uomo di carattere nella miseria il senso della propria dignità; il filosofo la filosofia; il Cristiano la religione la quale gli addita il cielo popolato di martiri e nel paradiso il trionfo della croce; mentre Jehovah nulla promette agli Ebrei al di là della tomba, e dessi non hanno santi.

In qualunque modo la si voglia spiegare, è fatto che questa forza nella sofferenza esiste e che si direbbe essere stata la natura larga di maggiore vitalità alla razza umana destinata ai maggiori patimenti. È probabile che qualunque altra nazione posta in Roma in tali condizioni non sarebbe stata capace di resistere al disprezzo di tutto il mondo, vi si sarebbe spenta; ma gli Ebrei vi durarono, vi si mantennero per dei secoli, nel centro della Cristianità, sotto il piede per così dire del Papa. Segregati dal consorzio civile degli uomini non vi si mescolarono punto; anche i loro tardi nipoti rimangono stranieri ai Cristiani della città, nè più nè meno di quanto lo fossero i primi padri loro, e non si sono accostati ai Romani, più di quanto lo fessero ai tempi di Pompeo. In allora e sotto gli imperatori, sebbene tenuti in disprezzo, erano trattati al pari delle altre sette orientali, della siriaca, della egiziana, della persiana, e non vivevano appartati come oggidì, in cui nella continua mutazione di sette e di religioni dell’antica Roma, sono la sola la quale si sia mantenuta in vita ed immutabile.

La storia che ora porgeremo in compendio degli Ebrei in Roma non è agevole a compilarsi, per quanto riguarda i primi tempi, scarse oltremodo essendone le sorgenti presso gli scrittori romani.

Dall’ingresso di Pompeo in Gerusalemme dove tratto dalla curiosità, e senza lasciarsi trattenere dalle supplicazioni de’ Giudei esterefatti, entrò nel sacrario del tempio, cominciarono le relazioni, che più non cessarono, fra Gerusalemme e Roma. Pare sia stato Pompeo il primo a portare schiavi ebrei in Roma; quanto meno è cosa certa che