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cito al banco. Questi s’affrettò a raggiungerlo per via, e si ridussero insieme in Via del giardino.

Entrati in ufficio, il Gerli, senza far motto, mostrò i due telegrammi al commesso, che rimase come pietrificato per lo stupore, e pel rammarico; quindi scotendosi esclamò: — Ah signor Maurizio, quale sventura; così bella nave, con un carico così ricco!

— Sì, Roberto, grande sventura, voi lo sapete quanto me, perchè siete al giorno di tutti i miei interessi.

— E non essere assicurata!...

— Colpa nostra. Ma i lamenti non valgono, Roberto; qui convien riparare. M’occorre uscire con riputazione da sì inaspettata catastrofe, per mantenere il mio credito.

— E che cosa pensa di fare?

— Vediamo i conti di cassa.

Furono aperti i registri, lette, rilette varie partite; tirate fuori alcune cifre; dopo di che Maurizio disse: — Ciò che abbiamo in cassa è una meschinità. È forza non più fare assegnamento sugli utili sperati dall’ultima operazione di borsa, bisogna telegrafar subito a Firenze all’agente di cambio Doretti, perchè venda e rimetta senza frapporre indugio tutti i fondi che sono in sue mani, che sapete costituiscono la massima parte de’ miei capitali.

— Ma perchè affrettarsi tanto, signor Maurizio? La mi scusi se le faccio osservare che con tal furia noi vediamo sfumare i lucri che non possono mancarci per quella operazione. Se si temporeggiasse alquanto, sarebbe altra cosa.

— È vero: ma è impossibile.

— Niuno ci stringe, signor Maurizio: salvo alcune scadenze quasi immediate: le altre hanno ancora