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Roberto, il suo buon amico, il protettore era ferito?...Morto forse? — No, no, Dio mio! Non lo fate morire, non lo fate morire!

A mezzanotte vagava ancora intorno alla tenda in tormentosa aspettativa, quando un lungo convoglio di soldati venne a passarvi dinanzi. Alcuni di essi procedono armati e muniti di faci; li seguono altri che portano a spalla vaste barelle e comode lettighe. Poi parecchi chirurgi ed infermieri con lanterne accese; poi un cappellano militare; infine altri soldati, o armati, o con pale e picconi.

— Dove vanno essi?

— Al campo, per raccogliere i feriti e seppellire i morti.

Il fanciullo corre alla baracca, toglie un fanaletto e s’affretta per raggiungere il convoglio. — Roberto! Oh io voglio trovare Roberto.

Eccoci nella valle d’Inkermann. Dio, quale orribile vista! Il terreno coperto di cadaveri e di morenti; i cavalli ammonticchiati insieme agli uomini formano gruppi i più strani e spaventevoli; le armi abbandonate, infrante sono assiepate nel fangoso terreno; il piede sdrucciolante arrestasi inerte nelle pozze di sangue; i gemiti degli agonizzanti, i lamenti dei feriti tristamente echeggiano per la quieta aria notturna. Russi, inglesi, francesi vengono in cento strane forme congiunti, aggruppati, ammonticchiati. I soldati del convoglio pietosamente adagiano i feriti sulle lettighe, ed ai morti scavano profonda fossa. Zaccaria, vincendo l’orrore di quella nefanda scena, col suo fanaletto in mano, incede fra i cadaveri, fra i feriti, inciampa, trabocca, si rialza lurido di sangue, e prosiegue gettando appena lo sguardo sugli inglesi e sui