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scriveva il Bolognesi, che avrebbe conseguito un giorno il primo grado negli eserciti imperiali, come poi si avverò. Chiedeva nondimeno a quel tempo Raimondo con un secondo Memoriale, ricordato in una lettera del diplomatico estense, il suo congedo, la facoltà cioè. siccome ci pare doversi intendere, di partire da Vienna; “ma S. M. gli parlò in modo da fargli comprendere che lo voleva contentare, ritenendolo al suo servigio”. E già s’era trattato della sua promozione a grado più elevato. Intorno a codeste probabilità scriveva non pertanto al marchese Francesco il Bolognesi, che “il vedere la poca ventura che in codeste parti (in Vienna) hanno incontrato i soggetti italiani, ci fa per amor suo restare in non poca perplessità, e credere che meglio per lui fosse un mediocre ma sicuro vantaggio (in Modena), che una grande ma incerta speranza”: opinione anche da Fulvio Testi, come dicemmo, espressa al Montecuccoli, ma che non fu sempre, come più sopra accennammo, quella del Bolognesi. Ci conviene ora far ritorno a quanto si riferisce agli affari particolari del conte Raimondo; il che faremo nel capitolo seguente.

Capitolo V


penultimo stadio della guerra dei trent’anni


Dicemmo nel precedente capitolo, come fosse distolto Raimondo dal ritornare a Modena dalla morte, avvenuta nel gennaio, della cugina sua, vedova del conte Girolamo. Soggiungeremo ora, essere egli stato da lei istituito erede di tutte, o di gran parte delle sostanze che le provenivano dal marito. Ma per codesta eredità ebbe egli non poche molestie, cagionategli dal figlio di lei, che nominammo; dalle quali non senza molto dispendio, tardi si liberò. Si attenne egli allora al consiglio dell’amico marchese Francesco Montecuccoli, che diceva, non do-