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Chi ha proclamato in quest’occasione Roma capitale d’Italia ha speculato sull’effetto rettorico-classico che produce ancora quel nome sulle moltitudini, le quali in fatto di coltura intellettuale non son venute più in qua del Campidoglio. Ha stimato che nessuno avrebbe forse osato prendere ad esaminare il valore di una simile idea; ma io oserò sempre, e molti altri con me oseranno discutere gli affari del paese: e se io mi sento in qualche modo legato dal pensiero degli amici, non mi sento però punto sbigottito dalla maestà della Rupe Tarpea. L’Italia ed il mondo hanno finalmente diritto di domandare se ha da durare eternamente questo Campidoglio. Hanno diritto di presentare i loro nuovi titoli e domandare se l’eguaglianza avanti la legge, la legittimità fondata sul consenso de’ popoli, se il sistema delle rappresentanze nazionali, della pubblicità degli atti amministrativi ec. ec., non valga in materia politica tutta l’antica sapienza romana; se il rispetto reciproco delle nazioni fra loro, il fiorire de’ commerci, delle industrie, e del ben’essere generale non valga i trionfi che ingombravano di schiavi la Via Sacra, e che pel vinto terminavano colle tenebrose torture del carcere Mamertino; se finalmente alle moli degl’anfiteatri, ed al diletto di veder sull’arena palpitare le membra de Reziarii, de’ bestiarii ec. ec. non sia preferibile lo spettacolo di una locomotiva che trasporta colla rapidità del vento una massa d’uomini tutti eguali, tutti liberi, bastante a popolare un paese?

Abbiamo una volta il coraggio d’accorgerci e di persuaderci che siamo qualche cosa anche noi, e che senza troppa modestia possiamo osare di farci da noi un nnovo Campidoglio che nella Storia de’ secoli, non avrà nulla da invidiare alla gloria dell’antico.