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Ci avean detto che avevamo alle spalle la cavalleria ungherese che ci inseguiva; ciò malgrado marciando dolorosamente su di una strada cosparsa di piccole pietre, si inciampava su molti dei nostri caduti per un invincibile sonno, senza possibilità di rimetterli in piedi ed allora prendevamo i loro fucili sulle nostre spalle per non lasciarli cadere in mano al nemico. In tal frangente i nove compagni furono assai utili gli uni agli altri e tutti ai commilitoni. Così potemmo, sostenendoli sotto braccio, portare in salvo a Treviso i due fratelli Patrizi estenuati di forze.


Entrati che fummo in Treviso, le porte si chiusero dietro di noi.

Dopo aver fatto alcuni passi dentro la città caddi fulminato dal sonno su di un mucchio di sassi preparati per riparar la strada. Di quì venni, a malapena sveglio, tolto da due giovani sposi e da essi amorevolmente condotto a giacer nel loro letto che aveano abbandonato per me. A capo al letto trovai un quadretto di Pio IX che benediva l’Italia. Accettai l’ospitalità che, con tanta bontà, mi davan gli sposini, ma facendomi dar la loro parola d’onore che mi avrebbero immancabilmente destato in caso di partenza della Legione per il campo; ed essi me la dettero.


La Legione Romana non venne destinata a lasciar Treviso.

Levatomi, il giorno dopo, salii su un campanile per veder come andavan le cose. E, purtroppo, dopo qualche ora scorsi una colonna di polvere che veniva verso Treviso ed un’altra che se ne allontanava e poi tornava; ed a lato delle colonne incendii, il fumo dei quali triste si disegnava sopra l’intenso azzurro della catena delle Alpi.

Corsi ad una delle porte della città, dove trovai agglomerate cavalleria ed artiglieria le quali, in fuga, avean sconvolta la fanteria. Allora diversi corpi armati uscirono fuori al fine di protegger la ritirata di questa, distendendosi in tiragliatori a dritta ed a manca della strada, riuscendo nell’intento.