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l’immediata liberazione dei prigionieri politici. Di questi rigurgitavano le carceri pontificie. Specie dopo i fatti del ’67 il numero dei prigionieri politici era andato vieppiù aumentando.

Parecchi arresti arbitrari, per causa politica, eransi fatti anche negli ultimi giorni. La barbarie di quel Governo, inoltre, era tanta che questa brava gente, rea solo di amar l’Italia e la Libertà, era sottoposta a soffrire nelle prigioni la promiscuità con delinquenti di reati comuni: con ladri, assassini, truffatori, lenoni e simili.

Ben si capiva come ai parenti ed agli amici dei prigionieri politici stesse a cuore che, per questi, l’umiliante prigionia non durasse un’ora sola di più; e come, in quel giorno di patriottico tripudio, il popolo generoso, pure, anelasse di veder liberi quei concittadini. Nello schiudere ad essi le porte del carcere, il popolo vedeva la prova concreta che l’odioso Governo Papale era cessato, che Roma era finalmente libera. Così i cittadini, che si trovavano sul Campidoglio, si univano ai sopravvenuti nel domandare a gran voce la scarcerazione degli onesti concittadini tanto crudelmente trattati.

Le grida per ottenerlo facendosi vieppiù alte, insistenti e generali, a me alieno, ed anzi ripugnante dall’oratoria, toccò di fare quello che non avevo mai fatto nè mai più feci in vita mia: arringai il popolo e dissi alto, colle migliori parole che seppi trovare, essere impossibile a quella tarda ora — si era intanto abbuiato — di liberare i prigionieri politici, poichè, data l’infamia del Governo, che in quel giorno cessava di funestar la nostra Roma, di chiudere i galantuomini con i birbanti, si rischiava di dar la via anche a questi.

Ma la folla non l’intendeva affatto che quei bravi concittadini dovessero passare in prigione la prima notte di Roma liberata; li voleva fuori a partecipare alla comune gioia di tutti i Romani. La ragione da me addotta non appagava. E le grida insistevano, facendosi quasi minacciose.

— Noi li conosciamo! Noi li conosciamo!... Li vogliamo subito fuori!...