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mente, non avrebbe detto nulla. Ciò che sarei stato del tutto incapace di fare.

Mi par, dunque, di non dovermi pentire del mio rifiuto del principesco invito. Solo riconosco che avrei potuto benissimo evitarlo in altro modo, più cortigiano. Per esempio dicendo, con grande effusione di gratitudine di sì sul momento, e poi, con qualche garbato pretesto, liberarmi dall’impegno. Così io avrei dovuto condurmi; ma, per farlo, avrebbe bisognato io fossi uomo di corte o di società, un diplomatico, invece di un crudo artista, un po’ selvatico, quale io sono.


Riandando la ormai lunga mia vita ed i rapporti che mi ha portato con persone dei più alti ceti, ripensando al modo di pensare, di sentire dei miei amici Howard, nell’intimità dei quali durante decenni io ho vissuto e con cui, da lontano, mi tenni in frequente corrispondenza epistolare, posso dire come giammai, come in essi, in alcuno trovai congiunta la nobiltà del sangue con la nobiltà del cuore.

La mia riconoscenza per essi, come per Federigo Leighton, deve essere ricordata dai miei e da quanti mi amano.

La loro operante amicizia creò a me, straniero, nel loro paese quell’assieme di relazioni, di amicizie, di simpatie, di fama, che valse a formarmi in Inghilterra, una posizione artistica, che anche moltissimi artisti inglesi potevano invidiarmi. Questa mia posizione non scemava quando la morte portava via, benchè di me più giovane, il mio fraterno amico Federigo Leighton. Anzi dopo che questa era avvenuta, lasciandomi nella maggior desolazione, assai mi confortò il massimo riconoscimento, forse, che abbia avuta l’arte mia.

Fra i quadri che più a lungo io abbia tenuto sul cavalletto, uno ne avevo, che poi chiamai «Il Risveglio» ai quali gli amici avean fatta molta fama. E che più volte avrebbe avuto il suo compratore, se io avessi consentito a separarmi da questo figliuolo dell’anima mia. Questo quadro rappresenta un tratto