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in un’altra camera i pianoforti coi loro piani di ferro. In una terza camera vidi una enorme tavola sulla quale erano schierati a battaglia, in terreno accidentato, non meno di cinquemila soldatini di piombo, e modelli perfetti di piccoli cannoni da campagna con i loro attrezzi. Confesso che fui preso da una frenesia tale di possederne uno che, senza saperlo, me lo trovai in tasca. Ma, subito dopo, mi rodeva tanto la viltà commessa che fui felice quando lo ebbi rimesso a posto.

Filippo era alto di statura, di aspetto militare. Di animo coraggioso, di poche parole. Per tal sua qualità era a me fanciullo simpaticissimo.

Terzo fratello, dopo Filippo, fu Giuseppe. Poeta arcade tradusse in poesia, e n’ebbe lode, il libro di Giobbe. Fece versi in romanesco degni dell’epoca del Belli; e, come suonator di flauto, egli era forse il primo in Roma dopo Nicoletti.

Veniva quarto Francesco che abbracciò la carriera ecclesiastica e divenne Canonico. Egli non si distinse in alcuna cosa tranne che nella memoria fragile in tutto fuor che per gli inviti a pranzo, dal giorno ch’ebbe l’uso della ragione al giorno della morte, che lo colse di 77 anni. Canonico, buon diavolo, di cuore, ha sempre aiutato i parenti poveri sebbene non ricco.

Dopo Francesco veniva Paolo. Forte in computisteria egli fu, coi Borghese, uno dei primi fra gli institutori della Cassa di Risparmio, tra i fondatori della Società Promotrice di Belle Arti e di varie altre instituzioni di Roma. Coltivava la musica, anche il contrappunto, ed era pianista degno dell’epoca di Rossini, Bellini e Donizetti. Era di sentimenti liberale.

Veniva dopo Pietro, uomo di carattere duro e secco.

Dopo io, Giovanni. Ed ultimo Luigi, uomo di carattere poco forte.

Ebbi anche, come ho detto, quattro sorelle: Anna, di molto spirito; Artemisia, carattere di suora di carità un po’ medioevale; Angela che per le pressioni di Artemisia ebbe guastato il carattere; Teresa che non vide altra felicità nel mondo all’infuori del claustro.