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questa donna che abbiamo lascialo che andasse e tornasse a sua posta, senza darci una pena di sorta di quanto le germogliava nel cuore, non si era accorta di Reginaldario. E, dopo gli sguardi che involontariamente le aveva lanciati, il non saperne più nulla non le avrà messo nel cuore un poco di curiosità non del tutto irragionevole? Forse che un po’ di esitazione le nacque nell’incamminarsi alla festa di ballo; ma quando poi si vide davanti quell’uomo stesso con altri sguardi, e che le convenne passargli a lato tutie le volte che fu richiesto dalla vicenda della sua danza? E via discorrendo — non vi sentite, o lettori fermentare nella fantasia il caos di un lungo romanzo, con tutti i suoi quattro clementi d’acqua, terra, fuoco ed aria, mescolati in baruffa, e desiderosi di essere separati secondo la loro varia destinazione?

Capisco però che la materia non basta, e che ci occorre la forma. Quand’anche per conseguenza vi avessi provato che nel mio aneddoto c’era il caos lutto quanto, ossia gli elementi delle cose, non sarei meno censurabile per non aver fatta la necessaria separazione, e messo ogni oggetto al suo posto. Reginaldario si fa incontro al lettore come nemico armato, senza csordii di sorta. Non ha nessun dialogo con qualche discreta persona che s’indugi a tenergli conversazione tanto che possa dar buon conto di sé. Benedetti quc’dialoghi così naturali, e sopra tutto così laconici, da’ quali s’incominciano ordinaria