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ella è forse là entro forse prega. Era pago di tanto e ne aveva di che passare molte e molte ore in piacevole divagamento.

La stagione in cui accadde l’incontro che vi ho narrato era il carnovale. Di là a pochi giorni Reginaldario fu invitato ad un ballo; visitate le maraviglie inanimate della città, volle vedere anche le spirituali, se ce ne fossero. Con questo intendimento accettò l’invito. Qui mi si apre bel campo a descrivere una sala magnificamente addobbata, dal tetto che fiammeggia al riverbero delle pendenti lumiere, fino al pavimentò che trema sotto l’impulso delle schiere danzanti. Ma di tali descrizioni chi non ne ha letto almeno dieci? Chi non ha negli occhi, qualunque sia la stagione dell’anno, il reboato delle trombe dell’ultimo carnovale? Perchè entrare a passo a passo nel mare di una descrizione, come i nòtatori novizii che non sanno staccarsi dal lido che a gran fatica? Coraggio, lanciamoci a capo innanzi nel pelago odoroso e sonoro di quella festa, luffiamovici d’un solo tratto; al più al più ne accadrà di morire soffocati di mezzo ai profumi. La volubile mota dei ballerini passando regolarmente davanti a Reginaldario il lasciava indifferente, finche fra que’ molti raggi uno gli parve spiccarsi dagli altri e strisciargli rasente il cuore. La frase è ardita lo veggo; lasciatela passare, signori, essa scapperà via colla velocità della danza. Reginaldario non è più indifferente, egli sì accorse, e di che mai? Nessuno de’ miei let