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cana dote dell’umano ingegno, che, inspirato da non so quale virtù, si mette, non volendo, in accordo con tutta la natura, e può, in quegli stessi che sembrano sogni, mantenere fedele la stampa della realtà! Io non so di che selva sbucato fosse quel drago dall’ali puntute, nel quale il paladino di Cristo, san Giorgio, immerge vittoriosamente la lancia a liberare la pagana Regina, che nuova Andromeda, vedi legata al macigno; ma il complesso di quella rappresentazione fa sentire vivissima la maraviglia del miracolo. Non parmi che i monasteri della Tebaide e della Palestina avessero ad essere punto simili a quello che, di fronte alla parete ov’è il cavaliero duellante colla fiera, si scorge nella storia di santo Girolamo; ma non puoi a meno di accorgerti che sei nel deserto a quel terreno sì povero e desolato, su cui appena fiorisce l’isopo della penitenza e la vigile cicogna aguzza il becco alle rupi; e fin anco sotto lo scapolare di que’ frati, che avrebbero secondo il pittore preceduto di qualche secolo il nascimento del loro fondatore, trapela la vita e il costume de’ solitarii dell’eremo. Mi accorgo che languida dimostrazione si è quella che io posso farvi colle parole, e quindi mi passerò brevemente e del popolare tripudio tra cui la mostruosa belva è condotta morta, e dell’intera città che a vista della liberata Regina accorre a battesimo. Mi passerò similmente della storia del santissimo Anacoreta, alla cui anima bollente appena bastarono gli antri di Betelemme a sviargli i pen-