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re ogni cosa al suo tempo; ed ecco succedere la facondia al silenzio, ed alla noia l’ilarità. Un benefico raggio di sole ha dato nel simulacro di Mennone, e questo non potè a meno di mandar suono.

Anche di questi non posso negare, disse Gervasio, che non se n’incontrino, ma ohimè! sono pochi in proporzione di que’ moltissimi della prima specie. — Assicuratevi per altro che molte volte siamo noi stessi a cui se ne deve attribuire la colpa. — E come ciò? — Sì noi, i quali diamo ricetto a singolare viltà per cui la trista natura dei Persei è aiutata nelle sue operazioni, e all’incontro andiamo a poco a poco impietrandoci di maniera che non ci vuol meno dei raggi del sole a cavare da noi un cenno di vita. Ma ciò ne farebbe incorrere nelle declamazioni; e a giustificare la mia noncuranza per la nuova rappresentazione che si è data all’Apollo, mi sembra aver fatto sufficiente discorso. Or Dio vi guardi, mio buon Gervasio, dai Persei, e vi faccia scontrar spesso in quelle persone gentili che fanno l’ufficio del sole. Detto ciò, i due amici se ne andarono quale per una e quale per altra strada, e mi fu quindi tolto materia a continuare più a lungo su questo argomento.


XX. LE DANAIDI.

Non so se accada a voi il medesimo che a me più volte è accaduto, o se nè manco vi abbiate