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ti gli sciagurati di cui parla la mitologia tornassero a rivestire le antiche forme, non siffattamente per altro, che alcun poco non lascino trasparire della spoglia vegetabile, animalesca, o altra tale, in cui rimasero involti per molti secoli.

Cominciando da ciò che si mostra subitamente alla vista: certe facce, e certe figure irte, stecchite, non posso a meno di pensare che fossero canne, o virgulti; all’incontro certe altre enormemente rigonfie mi toccano la fantasia coll’immagine dei cocomeri e delle zucche. Un tale che saltella incomposto, direi che avesse da soli pochi giorni svestita la pelle del daino: tal altro, che grosso il collo non può dar passo senza che il ventre gli balli, è un bove rifatto uomo da poco tempo. Certo signore che piantasi immobile dov’è maggior pressa di gente, è ancora un poco macigno; e l’altro che lievemente s’insinua da per tutto, fermandosi tratto tratto, ma sempre di volo, a susurrare qualche parola negli orecchi di questo o di quello, è schietto schietto un rigagnolo, abituato da tempo immemorabile a serpeggiare mormorando fra i ciottoli del suo letto.

Ma queste sono osservazioni superficiali; le corrispondenze si fanno assai più importanti e degne di essere considerate quando dal materiale si passa allo spirito delle persone. Tiburzio è l’arpia che, non paga di divorare i cibi, insozza la mensa. Dopo aver mangiato a crepapelle, aiuta la digestione col fare la satira dei