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alla favola di Perseo, ella è sì vecchia e ripetuta, che ne sono ristucco del solo udirla rammemorare. — Oh! siete voi pure, riprese Gervasio, di que’ begl’ingegni ai quali la mitologia non sa più piacere, e credono aver fatto un gran che in pro delle lettere mettendo un tanto d’affisso sulla porta del palazzo d’Olimpo, con dire casa d’affittare, accomiatandone tutti i numi che vi abitavano da secoli e secoli, e sono poi disposti a fermar patto di scrittura con non so che silfi e che streghe, gente nuova e di bassa mano, qua venuti d’oltramonte, senza ricapiti di sorta, e con un fare da zingani vagabondi? — Di tutte queste vostre spiritosaggini, soggiunse l’amico, che saranno forse ammirabili, soprattutto per la novità, ve ne so grado e grazia; ma sappiate che io non ho in avversione il paladino dal gorgone e dal cavallo alato, perciò solo che egli sia della famiglia mitologica; bensì perchè m’imbatto ad ogni ora in chi, se non è lui propriamente, ha tanta rassomiglianza con esso, che ci vuole una grande penetrazione a discernere qual dei due sia l’originale, e quale la copia. — Questa m’è cosa nuova ad udire, proruppe maravigliato il buon uomo di Gervasio; e vi avrò non piccola obbligazione se vorrete spiegarmela in guisa ch’io possa rimanerne capacitato. — Volentieri, rispose l’altro, e cominciò del seguente tenore.

Ciò che vi dà maraviglia in Perseo egli è senza altro quella testa di donna, che porta figurata