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ti piaceri. Quanto a me, quando mi si affaccia qualcuno compreso da simile mattezza, non posso a meno di ripetere fra me stesso: oh Ati infelicissimo! vedi come la tua lezione è poco studiata! oh infelicissimo Ati!

Che cosa ha che fare questo discorso di Ati con quelli che chiameremo letterati per diletto? Mi si conceda ritesserne in poche righe la storia, e la relazione si farà senz’altro sensibile ad ogni lettore. Era Ati un bel giovanotto di Frigia, e bello per guisa da dar nell’umore alla più attempata fra le Dee, l’antichissima Cibele. E il malaccorto, senza badare gran fatto che importasse il mettersi ai servigi di una padrona tanto gelosa, votò ad essa la propria giovinezza. Veduta indi a poco certa ninfa Sangaride dimenticò la fatta promessa. Ora che ne avvenne? Gli entrò nelle viscere un siffatto furore, che, fuggendo di casa, ne venne ai boschi di Dindimo, consacrati alla terribile Dea, e quivi di propria mano si gastigò nella guisa meglio atta a contentare la gelosia. Preso poi il timpano, e credendosi femmina, senza più si mette a saltare, incitando a far il somigliante tutti coloro che si fossero compiaciuti di aggiungersi alla sua setta. Nè qui la favola finisce; ma c’è anche una trasformazione in pino, a cui pose la propria arte Cibele, dopo che i compassionevoli canti del giovane mutilato stancarono la sua collera. Ma della metamorfosi ce ne passeremo per ora.

Ora io chiamo Ati que’ tali che si danno alle