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non conosci! Dio ti maledica, cretino da galera; avanti, a casa, o buschi il resto di quelle che ti ho date ieri; avanti, a casa, a lavorare!

E, afferratolo pel collare, lo sollevò dal suolo, e lo piantò a due passi di distanza.

E l’infelice, col capo nelle mani, lo precedette, ed uscì dalla porticina tutta inghirlandata di glicine e di verbene.


X.


Mi decidevo a seguire la miserevole coppia, pronto a mettermi in mezzo se le percosse dell’aguzzino si fossero ripetute, quando un improvviso trambusto nel presbiterio mi fece tornare sui miei passi. Era come se molte persone andassero e venissero parlando tutti in una volta a voce concitata e sommessa.

Giunsi col cuor stretto alla porta della cucina, e vidi il farmacista che, curvo sui fornelli, soffiava nel fuoco, disfacendo nel tempo stesso un cartoccio.

— Che cosa succede? gli chiesi.

— È venuto male a Don Luigi, rispose tra un soffio e l’altro.

— Seriamente?

— Peuh! Così, così..., i suoi soliti disturbi, ma con forza maggiore.

E, svolto del tutto il cartoccio, versò una polvere bianca in un colino.

Io volai nel salotto.

C’erano tutti i commensali meno don Sebastiano, il vice-curato, il quale notai allora con sorpresa, era sfumato via quetamente, come fosse un ombra impassibile alle cose di questo mondo. Tutti facevano