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— Oh! osservò don Luigi, chi mai potrebbe pensarlo?

E mi diè un’occhiata di una furberia che, su quei lineamenti fatti per la serenità e la dolcezza, era proprio impagabile.

I discorsi, durante il pranzo, furono molti e svariati; io, come nuovo arrivato e come cittadino, ne dovetti naturalmente far le spese maggiori. Le domande fioccavano, nè a tutto potevo rispondere.

Don Gaudenzio era stato in seminario con un tale abatino pieno di talento e a cui i superiori preconizzavano una carriera delle più luminose. Egli voleva sapere da me che cosa ne fosse avvenuto.

— Don Ambrogio Marzocchi? Non lo ho mai sentito nominare.

— Pare impossibile! Un giovine di tanto talento. Eppure, scusatemi...

— S’immagini...

— Scommetto che adesso è almeno almeno canonico del duomo.

— Sarà benissimo.

Don Gaudenzio non mi guardò più che con aria di suprema compassione.

E fui subito dall’organista che con una voce da donnicciuola malata mi chiedeva se i cori della cattedrale milanese fossero composti di maschi o di femmine.

— Maschi, signor Prosdocimo.

— Pare impossibile: li ho sentiti una volta sola, da ragazzo, all’epoca dell’ingresso dell’arcivescovo Romilli, e avrei giurato....

— Ci sono uomini che hanno la voce dell’altro sesso; rari sì, ma ci sono... mormorò il farmacista.

E ghignava sotto i baffetti.