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— Che porta! Non ho paura io delle cocolle.

— Io sono amico di Don Luigi....

— E di me non lo siete forse?...

— Amico di tutto il mondo; ma.... capite, oggi pranzo qui, domani pranzo da voi e il quassio e il tamarindo per farvi digerire lo do a tutti due.

— A rivederci; e ne sentirete delle belle.

— Mi raccomando... giovincellina!....

Uno scricchiolio non lontano mi fe’ volgere il capo; era il signor Bazzetta che entrava dal cancello. Vedendomi, parve turbarsi un po’, e, toccato il largo cappello di feltro, fece per tornare sui proprii passi. Ma era troppo tardi; io gli rivolsi la parola:

— Signor farmacista, gli dissi, permettete che, in assenza del signor curato, io vi faccia gli onori di casa. Gli amici degli amici sono amici,— voi conoscete il proverbio,— e poichè (appoggiai su queste parole) voi siete amico di Don Luigi come lo sono io... Il farmacista mi guardava con occhio scrutatore. La sua faccia che in cantoria non mi aveva fatto nessuna impressione, ora mi appariva improntata di una intelligenza, di un acume che traspariva da tutti i pori. Due occhietti grigi, un naso aquilino, due baffetti ed un pizzo di un colore impossibile fra il biondo e il grigio evidentemente resi così mercè qualche apparato chimico, i capelli appiccicati alle tempia, volti in avanti, divisi da una dirizzatura inappuntabile. Una certa ricercatezza nel vestire: stoffa alla buona ma di una tinta, come dire? coquette, — la camicia bianchissima, stirata alla perfezione; il colletto all’inglese, e i polsini a buffetti uscenti vezzosamente di un paio d’oncie fuor delle maniche.