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soltanto: lo speziale ed il droghiere, che formano una sola persona le nove volte su dieci.

Questa gente alla festa, fende con disinvolta alterezza la folla e sale lassù come a una regia, i villani danno il passo, e poi guardano i fortunati dal basso sgangherando la bocca al canto con compunta umiltà.

Al mio arrivo l’organista intonava allegramente il gloria in excelsis menando le gambe e le braccia, e tenendo fissa la faccia allo specchietto inclinato in cui si rifletteva l’altare.

Era un vecchierello sottile, con un collo enorme. Non immaginatevi che io sia per descrivervi ciò che supposi esistesse disotto a quella cravatta nera: il mio realismo non giunge sin là. Solo vi dirò che quella cravatta, sciolta da quel collo, non avrebbe misurato meno della lunghezza della cantoria.

Dalla formidabile fasciatura che somigliava un imbuto incatramato sbucavano quasi paurosi un mento aguzzo ed un naso aquilino, tenuti insieme da una pelle color di dattero maturo. La piccola testa sparuta dondolava seguendo il ritmo musicale, coll’aria ingenuamente burlona dei chinesi di porcellana.

Accanto all’organista sedevano due sole notabilità: una figura lunga lunga, di faccia scura con un grosso libro di divozione a caratteri cubitali appoggiato sulle ginocchia. La faccia dell’altro non aveva nulla che si prestasse all’analisi. Una certa pretesa borghese appariva nell’abito festivo del farmacista (giacchè non ho nessuna ragione per indugiare a dirvi che il piccolo uomo rossiccio era il farmacista); mentre l’altro vestiva un giubbone di stoffa grossolana pulita, è vero, ma uguale nel resto a quelle degli umili montanari.

Poichè m’ebbero per bene investigato, susurrandosi non so che cosa all’orecchio, si posero a parlare