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mi rispondesse, chi mi capisse!... bevo questo bicchiere alla salute di Baccio, di quel bravo uomo che mi ha condotto davanti a un’anima buona e bella come la vostra!

Prendendo il bicchiere speravo vincere o almeno sviare l’emozione che sentivo salirmi dal cuore alla faccia. Fu invano: io stavo sotto un fascino: l’amicizia che doveva legare dappoi il giovine pittore al vecchio curato aveva già stese le ali sulle nostre teste.

Alle mie parole egli si era alzato, e, con un gesto che avea del fratello insieme e del padre, mi prese le mani, mormorando:

— Dio vi benedica!

In questo, Mansueta entrò con una candela accesa e mi disse:

— Quando desidera, il letto è pronto.

Persuaso che fosse l’ora in cui conveniva ritirarsi, strinsi la mano un’altra volta al mio nuovo amico, e, a malincuore, giacchè non sentivo più nessuna stanchezza, seguii la fantesca.

Ella mi fece salire una piccola scala dai gradini larghi e lisci, e mi trovai davanti a un letticciuolo pulito, fiancheggiato da un ampio seggiolone che aveva l’aria di aver passato i begli anni della sua gioventù fra la musica e l’incenso del coro.

Del resto la camera destinatami non offriva molta materia di analisi. Una sedia coperta di paglia stava al posto del tavolo da notte, coll’inevitabile bicchier d’acqua e il mazzo dei zolfanelli; in faccia al letto, sotto la finestra, un tavolino quadrato con una gamba più corta delle altre, pareva un ballerino nell’atto di spiccare la pirouette; una fila di quadretti coprivano in simmetria le pareti bianchissime: