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mente le esplicazioni laconiche del medico e il formulario che Attilio dettava al cancelliere.

Prima che fosse terminato spirò.

Il medico si avvicinò, lo esaminò attentamente e disse: è finito.

Io non ebbi il coraggio di guardarlo.

Uscimmo.

Attilio si recò nel palazzo comunale e procedette quivi all’esame dei testimoni.

Io lo aspettai nella strada passeggiando.

Quando, dopo due ore, mi raggiunse, mi disse stringendomi la mano:

— Bene, bene, il tuo don Luigi pare al coperto.

Concorrevano nel ferito cause sufficientissime a delinquere. Però, a scarico di coscienza, conducimi teco dal curato, senza aver l’aria di nulla, così sotto colore di far una visita. Tu mi presenti, poi mi lasci solo con lui, ed io gli farò un paio d’interrogazioni. Son certo che tutto finirà lì.

Acconsentii di buon grado e gli fui guida al presbitero.

Don Luigi era in chiesa che celebrava l’ufficio funebre per il defunto.

Poco dopo ci venne a raggiungere nel salotto: era afflitto profondamente ma tranquillo.

Fè cordiale accoglienza all’amico mio e deplorava di dover fare la sua conoscenza in un giorno come quello.

Dopo alcuni minuti uscii e andai in cucina dove trovai il dottore.

Misurava la camera a passi ineguali: era vivamente preoccupato e pareva assai inquieto del colloquio che in quel mentre seguiva nel salotto. Sempre fisso nell’idea ch’egli fosse la causa prima di tutto