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della macchina, della differenza di temperatura fra il suolo e il soffitto, dello spessore dei fili di ragno tesi nel campo del cannocchiale, del senso in cui questi fili sono mossi da una vite micrometrica. E questo minuto, acutissimo indagare delle piccole cause d’errore conduce a valori sempre più esatti dei numeri che si vogliono conoscere; e questi numeri hanno in sè latente il segreto delle leggi che l’Astronomia dell’avvenire aggiungerà a quelle di Keplero e di Newton. Noi conosciamo ormai le rivoluzioni interne del nostro sistema; possiamo tracciare l’orbita di ciascun pianeta intorno al Sole; sappiamo anche, per via di approssimazione grossolana, che il benefico astro si trasporta con tutto il suo corteo di pianeti, di satelliti e di comete in una direzione che gli astronomi del secolo nostro hanno stabilita nella costellazione di Ercole. È una traslazione di tutto questo grande insieme di corpi, collegati fra loro dalla mutua attrazione, attratti alla lor volta da non sappiamo quali altri potentissimi centri di forza. Probabilmente il tratto rettilineo dal quale ci siamo spostati dal 1750, epoca delle prime osservazioni rigorose, ad oggi, non è che un arco infinitesimo di un’orbita che il Sole descrive in centinaia e centinaia di secoli; le deviazioni successive ci saranno indicate dai nuovi punti della vôlta celeste verso i quali tenderà il movimento nostro. E come tal movimento si riconosce? Come i filari di alberi che fiancheggiano un viale sembrano convergere dalla parte donde veniamo e divergere dalla parte ove siamo diretti, così le stelle paiono allontanarsi dal punto del cielo cui tende il moto di traslazione e avvicinarsi al punto diametralmente opposto. È presto detto; ma per riconoscere tale divergenza e tale convergenza occorrono os-