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il caronte 103


Merc. — Questo poi è il fiore più in pregio presso i superni: lo chiamano rosa.

Car. — Come se fosse fatto di rugiada...

Merc. — Proprio di rugiada... Ora guarda lì: si può trovar nulla più bello del fior di giacinto?

Car. — Eppure al mattino versa le sue lagrimucce, e per questo gli ortolani lo chiamano «il tristerello».

Merc. — C’è chi legge in esso anche un’esclamazione di dolore...

Car. — In mezzo a tanti fiori non si sente stanchezza di cammino: affrettiamoci un poco per non far tardi...

Merc. — É proprio dell’uomo assennato non lasciar correre inutilmente il tempo, anche in mezzo al piacere.

Car. — Il piacere non lascia sentir la fatica; direi anzi che l’attività è di per sè stessa un piacere, un grande piacere. Ahimè! siamo quasi alla fine del prato; e se non m’inganno, là sotto quel vecchio cipresso i due giudici ci attendono. Teniamo d’occhio quel cipresso, per non smarrirci ora nel bosco.


Scena VI.


Minosse, Eaco; poi Mercurio e Caronte.


Eaco. — Che bella cosa un po’ di silenzio, dopo tanto fracasso infernale!... rotto solamente dal vario concento di questi uccelli, che ci toglieva ogni volontà fuor che di ascoltare!

Min. — Una giornata come questa, così bella, lieta e riposata, presso i miei Cretesi si sarebbe segnata con la pietruzza bianca: io me ne sento tutto ristorato.

Eaco. — ... Ma mi sembra di udir la voce e i