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Pagina:Polo - Il milione, Laterza, 1912.djvu/181


il milione 167

CXXV (CXLV-CXLVI)

Della provincia di Nangi (Nanghin).

Nangí (Nanghin) èe una provincia molto grande e ricca. E la gente è idola, la moneta è di carte, e sono al Gran Cane. E vivono di mercatanzie e d’arti, e hanno seta assai1 e uccellagioni e cacciagioni, e ogni cosa da vivere, e hanno lioni assai. Di qui ci partiamo, e conterovvi2 delle tre nobili cittá di Saiafu, perochè sono di troppo grande affare. Saianfu èe una gran cittá e nobile, che ha sotto sè dodici cittá grandi e ricche. Qui si fa grandi arti e mercatanzie, e sono idoli; la moneta è di carte, e fanno ardere loro corpo morto, e sono al Gran Cane; e havvi molta seta, e tutte le nobile cose ch’a nobile cittá conviene. E sappiate che3 questa cittá si tenne tre anni, poscia che tutto il Mangi fue renduto, tuttavia istandovi l’oste; ma non vi poteva istare se non da un lato verso tramontana, che l’altro si è il lago molto profondo. Vivanda aveano assai per questo lago, sí che la terra per questo assedio mai non sarebbe perduta. E volendosi l’oste partire con grande ira, messer Niccolò e messer Marco Polo e suo fratello dissoro al Gran Cane ch’aveano con loro uomo ingegnoso, che farebbe tali mangani che la terra si vincerebbe per forza; e il Gran Cane fu molto lieto, e disse che tantosto fosse fatto. Comanderò costoro a questo loro famigliare, ch’era cristiano nestorino, che questi mangani fossono fatti. Ed eglino furono fatti e dirizzati dinanzi a

  1. Berl. e fano drapi d’oro e de seda e de tute maniere, e sono ubertosa patria... e fano brusar i corpi morti...; ghe vano molti marcadanti, dei quali el Gran Can ano granda intrada e trabuto.
  2. Fr. de la très noble citè de...
  3. Pad. Berl.' questa zita se tene ani tre dapoi ch’el Gran Can conquistò lo Mangi; che l’oste del Gran Can non la potè asediar se non da lato de tramontana: da tute l’altre è laghi molto grandi e profondi, sí che per l’acqua la zita podeva avere vituaria. In cavo de tre ani vene messi al Gran Can da parte del capetanio de l’oste a dir come la tera non se podeva afamar; onde el Gran Can ave grand’ira. E a queste parole se trovò misier Nicolò e misier Mafio e io Marco; e alora disèsemo al Gran Can che nui faremo far mangani che trarano sí gran piere che queli dela zitade non porá sofrir, ma i se renderá de subito, quando quello mangano l’averá zitade. Allora el gran signor disse che li piaseva molto, e ch’eli ’l fesse far piú presto ch’i potesse. Allora quelli feno far a do maistri de legname, che... erano cristiani..., tri mangani si grandi che zascaduno trazeva piere de trexento livre. E lo Gran Can i fexe portar fina alo exerzito, el quale iera atorno la zitade. E quando queste bonbarde fono portale alo exerzito, i le feze drezar: le qual parea una cossa meraveiosa ai tartari... E quando queli dela zitade veteno questo, i quali non avea mai vezudo, fono molto spaventadi e non sapea quello i dovesse far. E prese conseio fra lor, dizendo: — Domentre sono queste bombarde, nui saremo tuti morti, se nui non se rendemo. — Onde ognuno determinò de renderse. Onde,., quelli mandò anbasadori al signor delo exerzito, dizendo corno li se volea render per quel muodo che le altre zitade s’avea rendude; e che i [non] volea esser soto la signoria del Gran Can. El qual signor rispose che l’era contento.