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un’altra Europa e un altro Ganimede.” Il nostro amico ricordava con queste parole il ratto che il Filelfo aveva fatto di una fanciulla greca, figlia di Giovanni Chrysoloras, che mandò poi in Italia quando se ne fu servito, e la storia di un certo giovinetto di Padova che per la sua bellezza egli aveva condotto seco in Grecia.


CLXXXVIII

Di un notaio che si fece lenone.


In Avignone eravi un notaio francese molto conosciuto alla Curia Romana, il quale, innamoratosi di una donna pubblica, lasciò l’arte sua e campava facendo il lenone. Costui, in principio dell’anno, indossò una veste nuova e scrisse sulla manica in parole francesi con lettere d’argento: Di bene in meglio. Voleva dire che il suo nuovo mestiere riputava più onorevole di quello del notaio.


CLXXXIX

Istoria faceta di un tal Petrillo che liberò

un ospedale dalla canaglia.


Il cardinale di Bari, che era napoletano, aveva un ospedale a Vercelli, che è nella Gallia Citeriore, dal quale ritraeva poco guadagno, per causa delle spese che bisognava fare pei poveri. E vi mandò uno de’ suoi, che aveva nome Petrillo, per far denaro. Quando costui trovò l’ospedale pieno di malati e di oziosi, che consumavano tutte le rendite di quel luogo, vestito di un abito da medico, entrò nell’ospedale, e dopo aver visitato ogni sorta di piaghe: “Non vi è, disse, alcuna medicina che sia atta a sanare le vostre piaghe, fuor che un unguento fatto col grasso di uomo. Così oggi fra di voi si tirerà a sorte chi per risanar gli altri debba esser posto vivo nell’acqua ed esser cotto.” Tutti fuggi-