Pagina:Poeti minori del Settecento I.djvu/47


ii - inni e odi 37

     Dunque fia sogno e favola
la sovrana beltá, perché le tenebre,
che de’ profani a l’anima
stupiditá raddoppia,
30con l’immortal suo raggio aprir non può?

     Quegli cosí cui fiede
buio natale il limpido
aureo liquor del di menzogna crede;
né finger sa che pingasi
35natura di vivaci almi color.
     Ma il suolo, il mare e l’aere
s’ornan del manto, che, confusi, intessono
l’igneo piropo e ’l cerulo
zaffiro e quel che l’iride
40bee da l’opposto sol vario tesor.

     Deh! il simulacro altero,
che in cieche menti indocili
Pirrone alzò, sconoscitor del vero,
alfin dia loco; e a splendere
45ne l’uom, raggio di Dio, torni ragion.
     Torni; e dal dubbio emergere
vedrossi il bello dei sonori numeri,
e disparir l’inutile
capriccio e ’l genio instabile,
50prole di mal veggente opinion.

     Verace, eterna idea
è la bellezza armonica,
che fa paga ragion, l’orecchio bea,
se in ben adatti avvolgasi
55modi, che son quaggiú lingua del ciel.
     Essa leggiadre e varie
prende sembianze, e la dissimil indole
muove di quanti pascono
la vital aura eterea
60da l’ignea Calpe a l’iperboreo gel.