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          Lunghe l’infanzia mia tenner vicende
     D’infermità e mestizia. A me d’intorno
     Giubilavano vispi e saltellanti,
     12E di bellezza angelica festosi,
     I pargoletti di que’ giorni, ed io,
     Nato robusto al par di lor, caduto
     In rio languor vedeami, ed in secreti
     16Indicibili spasmi; e spesse volte
     Morte ponea sovra il mio crin l’artiglio,
     Ma per gioco ponealo, e mi sdegnava.
     Così che pur ne’ dì quando men egro
     20Io strascinava il corpicciuolo, e lieta
     La voce uscìa dalle mie smorte labbra,
     Tra i floridi compagni, ascosamente
     Spesso mie brevi gioie interrompea
     24La pietà di mia fral, misera forza;
     Ed impeti frequenti allor d’angoscia
     Il petto mi premean, sicch’io fuggiva
     A nasconder mie lagrime solinghe;
     28E quei che mi scopriano indi piangente
     Per ignota cagion, mi dicean pazzo.
          Salve, o gotici, begli archi del Tempio
     Che di Saluzzo è gloria! Archi, ove m’ebbi
     32Alle mistiche fonti il nome caro
     D’un tra i vati gentili, onde graditi