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ste splendide cose, tanto peggio per lui! E che ci ho a fare io? Ov’anche pricipiassi dal dirgli: «Sono fatti che avvennero dagli anni di Cristo 1167, fino agli anni di Cristo 1183,» già non ne verrei a capo di nulla: oppure ad agevolargli la lettura di due fogli di versi, mi bisognerebbe lavorar per lui un volume di prosa. Mancherebbe anche questa! Imporre a me il gastigo della pigrizia altrui!

Ma le poche note che avresti fatto pei lettori stranieri, perchè non farle pe’ tuoi paesani? — Perchè! la mi spiace questa vostra domanda; nè vorrei che mi strappasse dal labbro una parola di cui pentirmi di poi: insomma non ne voglio dire il perchè. E se questa mia reticenza, che pur move da intenzioni cortesi riguardo ad altri, a voi per isbaglio sembrasse villania, e voleste punirmene, ebbene, negate anche voi risposta ad una interrogazione mia; e le parti sieno subito pari. Eccovela: domando a voi, a voi che m’avete mostrato tante volte, con parole e con esempio vivo, come le cognizioni umane s’incatenino e s’aiutino l’una con l’altra, domando se v’abbia o no differenza tra la suscettibilità intellettuale, se così è ben detto, dell’uomo che non sa i fatti altrui, e quella dell’uomo che non sa neppure i fatti propri.

D’altronde, per avere coraggio di metter fuori de’ discorsi storici in occasione di pochi versi, è mestieri far que’ discorsi come li sa fare un certo tale tra di voi, entrando in materia ricco di letture, d’idee, di acume critico, di veduta ampia, e di nuove e franche considerazioni; per modo da non sapersi se doverlo più ammirare per la tanta bellezza delle sue poesie, o per la tanta sagacità delle sue note. Ma allora le note fanno cose da sè; sono un libro a parte, osservazioni storiche indipendenti dai versi. Ma riuscire al quale e al quanto a cui riesce quel certo tale, maliardo benedettissimo, sono almen che sia, requisiti indispensabili, abbon-