Pagina:Poesie di Giovanni Berchet.djvu/111


— 111 —


E quel fumo per tutto si mesce,
     L’ombra tetra rendendo più folta;
     E quel fumo s’accresce, s’accresce,
     Finchè Roma n’è tutta sepolta;
     E due voci gridavan frattanto,
     Fra i singhiozzi, fra gli urli, fra ’l pianto:

Scellerata, quel tempo s’affretta...
     S’avvicina, malvagia, quel giorno... —
     E vendetta, vendetta, vendetta,
     Altre voci gridavan d’intorno;
     Ed a cerchio gran popol di larve,
     Come in vasto teatro, m’apparve.

Nelle file che m’eran davanti,
     Per distanza men fosche, men brune,
     Riconobbi due soli fra tanti,
     Quai colossi fra gente comune,
     Di Pistoia l’eccelso pastore,
     E di Flora l’eterno cantore.

Ma la spada che ha forma di croce
     Vien su Roma: n’esultan quei morti;
     E più forte la disse la voce:
     Qual bilancia ne pesa le sorti;
     E ad un tratto, lontano, lontano,
     Ricomparve la vindice mano.

E la spada che prima drizzata
     Viaggiava pei ceruli campi,
     In bilancia fu tosto cangiata
     Sul cui fulcro strisciavano i lampi;
     E la mano che a stender si venne
     La bilancia pel fulcro sostenne.

Ondeggiavan le coppe malcerte
     Ai due lati sospese nell’aria,
     Ed entrambe m’apparver coperte
     Di due tinte di tempra contraria;
     Bianca l’una qual neve si fece,
     L’altra nera da vincer la pece.