Pagina:Poemi conviviali (1905).djvu/99


l’isola eea 79

e selve e boschi, attento s’egli udisse
lunghi sbadigli di leoni, désti
al lor passaggio, o l’immortal canzone
di tessitrice, della dea vocale.
E nulla udì nell’isola deserta,
e nulla vide; e si tuffava il sole,
e la stellata oscurità discese.
     E l’Eroe disse al molto caro Aedo:
Troppo nel cielo sono alte le stelle,
perché la strada io possa ormai vedere.
Or qui dormiamo, ed assai caldo il letto
a noi facciamo; ché risorto è il vento.
     Disse, e ambedue si giacquero tra molte
foglie cadute, che ammucchiate al tronco
di vecchie quercie aveva la procella;
e parvero nel mucchio, essi, due tizzi,
vecchi, riposti con un po’ di fuoco,
sotto la grigia cenere infeconda.
E sopra loro alta stormìa la selva.
Ed ecco il cuore dell’Eroe leoni
udì ruggire. Avean dormito il giorno,
certo, e l’eccelsa casa era vicina.
Invero intese anche la voce arguta,
in lontananza, della dea, che, sola,
non prendea sonno e ancor tessea notturna.
     Nè prendea sonno egli, Odisseo, ma spesso
si volgea su le foglie stridule aspre.