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Pagina:Poemi conviviali (1905).djvu/15


prefazione xi

vista, bensì, e di poco suono, perchè, senza gale e senza fanfare, è non altro che forza.

Dunque, nemmeno allora io era chiuso in un “giardino solitario”, sebbene fossi molto segregato e lontano e oscuro. Quando mi chiamaste tra quelle “energie militanti” tu e Gabriele d’Annunzio.

O mio fratello, minore e maggiore, Gabriele!

Già sette anni prima Gabriele aveva scritto, intorno ad alcuni miei sonetti, parole di gran lode. Già entrando nella mia Romagna, a cavallo, col suo reggimento, cantava (e lo diceva al pubblico italiano) certi miei versi:

Romagna solatìa, dolce paese!

Il giovinetto, pieno di grazia e di gloria, si rivolgeva ogni momento dalla sua via fiorita


dirsi. Non c’è poesia che la poesia. Quando poi gl’intendenti, perché uno fa, ad esempio, una vera poesia su un gregge di pecore, pronunziano che quel vero poeta è un arcade: e perchè un altro, in una vera poesia ingrandisce straordinariamente una parvenza, proclamano che quell'altro vero poeta pecca di secentismo; ecco g'’intendenti scioccheggiano e pedanteggiano nello stesso tempo. Qualunque soggetto può essere contemplato dagli occhi profondi del fanciullo interiore; qualunque tenue cosa può a quegli occhi parere grandissima. Voi dovete soltanto giudicare (se avete questa mania di giudicare), se furono quegli occhi che videro; e lasciar da parte secento e arcadia."

E anche: «E le scuole ci legano. Le scuole sono fili sottili di ferro, tesi tra i verdi mai della foresta di Matelda: noi, facendo i fiori, temiamo ad ogni tratto d’inciampare e di cadere. L’ho già scritto: se uno si abbandona alle delizie della campagna, teme che lo chiamino arcade...»

Ma io lascerò dire.