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Pagina:Poemi conviviali (1905).djvu/12

viii prefazione

Eppure, no: non ero di quelli; chè, in verità, non avrei cercato d’avere, per un mio proprio gusto, di quella tristezza e il fiore e il frutto! O inameni fiori! O frutti amarissimi! Chi vorrebbe essere l’ortolano e il giardiniere della morte? I frutti degli alberi nei cimiteri non si mangiano, ma si lasciano cadere. Non si dà alle bestie l’erba che nasce, così rigogliosa, così fiorita, nei camposanti; ma si brucia. Ora io coltivavo e coltivo quella tristezza per un qualche utile dei miei simili; per dire ad essi la parola che forse importa più di tutte le altre: che oltre i mali necessari della vita e che noi, quali possiamo appena attenuare, quali nemmeno attenuare, vi sono altri mali che sono i soli veri mali, e questi sì, possiamo abolire con somma e pronta facilità. Come? Col contentarci. Ciò che piace, è sì il molto; ma il poco è ciò che appaga. Chi ha sete, crede che un’anfora non lo disseterebbe; e una coppa lo disseta. Ora ecco la sventura aggiunta del genere umano: l’assetato, perchè crede che un’anfora non basti alla sua sete, sottrae agli altri assetati tutta l’anfora, di cui berrà una coppa sola. Peggio ancora: spezza l’anfora, perchè altri non beva, se egli non può bere. Peggio che mai: dopo aver bevuto esso, sperde per terra il liquore perchè agli altri cresca la sete e l’odio. E infinitamente peggio: