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qualsiasi direzione muovessi, t’agitavi costantemente a me d’intorno come arcana manifestazione di celeste armonia.

E il giorno calava. Da poi che la luce man mano veniva mancando, mi colse un vago, indeterminato fastidio, un’ansia simile a quella d’uomo che, pur dormendo, avverta una lugubre ed incessante vibrazione di veri suoni percuotergli l’orecchio, — suoni di campane lontan lontano, solenni, a intervalli lunghi ma eguali, mescolati a sogni di melanconie misteriose. E la notte venne, e con le sue ombre un’opprimente desolazione: ed essa, a mo’ d’immane pondo, gravò su’ miei organi, e — simile a palpabil sostanza — vi si distendeva. Sentivasi parimenti un suono lugubre, quasi eco d’immane fiotto di mar mugghiante, in lontananza, ma più continuato e pieno, il quale dal primo crepuscolo era sempre ito crescendo col sopraggiungere e l'addensarsi della tenebra. Rischiarata d’un tratto per gli arrecati doppieri la camera, d’un tratto quella misteriosa prolungata eco interrompesi, e trasformasi in esplosioni frequenti, ineguali, dello stesso suono, ma lugubre meno, meno spiccato. L’angosciosa oppressione erasi grandemente alleggerita; ed io sentiva levarsi dalla fiamma di ogni accesa lampana (avvegnachè ve ne fossero molte), sentiva, dico, un canto d’una monotonìa melodiosa fluire incessantemente a’ miei orecchi. E quando, accostandoti allora, o cara Una, al letto su cui giacevami disteso, ti sedesti graziosamente al fianco mio, alitandomi sopra il profumo delle tue labbra squisite, e posandole sulla mia fronte, parvemi come levarsi dal seno un non so che, qualche cosa di timido, qualche cosa di