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aspettavami, portava egli un abito assolutamente simile al mio: un mantello spagnuolo di velluto turchino, e intorno alla vita una bella cintura chermisina da cui pendeva una draghinassa. Una maschera di seta nera celava affatto il suo volto.

— Scellerato! — sclamai qui con voce soffocata da rabbia — ed ogni sillaba che fendeva le mie labbra era un vero alimento al fuoco della mia collera: — scellerato! impostore! infame maledetto! oh, tu non mi vesserai più sino alla morte! Seguimi in fine, o ti scanno lì lì innanzi a tutti!

E mi apersi il passo nella sala da ballo verso una piccola attigua anticamera, irresistibilmente trascinandolo meco.

Entrando, lo spinsi furiosamente lungi da me; e balenante andò egli a percuotere contro il muro: sacramentando, chiusi la porta a chiave, e gli ordinai di sfoderare la spada. Esitò un momento; quindi tratto un lieve sospiro, la sguainò silenziosamente e posesi in guardia.

La lotta fu breve. Inasprito dalle ardenti eccitazioni di cotal fatto, pareva che in un solo de’ miei bracci sentissi l’energia e la potenza d’una moltitudine. In pochi secondi lo spinsi contro l’intavolalo, e là, in mia piena balía, raddoppiando un su l’altro i colpi, gli immersi la spada in petto con una efferatezza brutale.

In questa, udii persone appressarsi alla porta. Fui sollecito di prevenire un importunissimo affollarsi, e subito mi rivolsi verso il mio avversario moribondo. Ma dove è mai lingua d’uomo che valga sufficientemente ad esprimere lo stupore, l’orrore onde fui invaso allo spettacolo che allor s’offerse a’ miei occhi? Il brevissimo tempo in cui erami